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Lo street food esisteva già nell’ottocento a Napoli, durante era Borbonica

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Napoli Street Food la troviamo già nell’ottocento, durante l’era Borbonica.

Per le strade ed i vicoli della Napoli antica ottocentesca, così come avviene ancora oggi, nei quartieri più popolari della città partenopea, vi erano numerosissimi venditori ambulanti di cibarie varie, i quali  attiravano l’attenzione dei passanti e degli abitanti della zona con le loro grida esaltanti la merce alimentare che mettevano in commercio. Una Napoli Street Food dell’epoca, in parole povere.
Una sorta di cibo di strada odierno, che noi chiamiamo, attualmente, per essere al passo coi tempi, in inglese, street food, diventato oramai una specie di moda che ogni cittadino napoletano tiene a cuore. Nell’ottocento, invece, il commercio degli alimentari per la strada era l’occasione più conveniente ed economica per compare ciò di cui si aveva bisogno, senza spendere molto. Durante l’era borbonica, fra i tanti venditori  ambulanti di derrate alimentari vi erano i cosiddetti “maccarunari” che, come si evince, facilmente dal nome, erano dei commercianti di maccheroni, ossia la pasta, che ancora tuttora siamo soliti mangiare. Primi veri precursori della Napoli Street Food di oggi.
Napoli Street Food esisteva già nell'ottocento durante era Borbonica-2
Hfalmar Mörner (1794-1837) Venditore di maccheroni cotti.
In dei grossi pentoloni riscaldati dal fuoco delle braci c’era dell’acqua salata in continuo bollore; tutti i passanti che ordinavano questi maccheroni che, molto spesso, erano gli spaghetti, li consumavano, caldi, mangiando servendosi solo delle mani.
Tali maccheroni dovevano obbligatoriamente essere “verdi,verdi”, oggi diremmo al dente e la gente li chiamava  “O ROJE”. Per assaggiare quella bontà fatta all’istante, bastavano appena due soldi, cifra accessibile a chiunque.
Per la cronaca essi si potevano gustare in bianco, con una semplice spolverata di formaggio ed in tal caso erano definiti solo o Roje, oppure bagnati nel pomodoro, senza, tuttavia, il condimento del’olio, per restare leggeri, insomma. In questo caso il cosiddetto piatto, col pomodoro rosso fuoco, veniva chiamato o Roje e Garbarde, visto il colore rosso che richiamava le camicie dei garibaldini.
Si tratta, in realtà, di una vecchissima maniera di cucinare gli spaghetti, servendosi di solo due ingredienti: il pomodoro ed il formaggio. Tuttora in diverse case dei quartieri più bistrattati si usa pranzare  questo piatto. Il maccaronaro gridava, per far accorrere i potenziali clienti: ” Teng ’o roje allattante” ossia allattante perchè  nutre a dovere.  Per preparare gli spaghetti i venditori, per esempio per due persone, usavano 200 grammi di pasta, mezzo chilo di pomodorini del Vesuvio o di San Marzano, 80 grammi di formaggio grattuggiato, un pò di basilico e sale quanto basta.
Con questa soluzione molto sbrigativa, economica ed anche nutriente, si poteva far fronte, facilmente, alle ristrettezze finanziarie in cui vivevano le famiglie meno abbienti. O Roje, tuttavia, rappresenta un piatto storico molto legato alla vecchia tradizione culinaria della città, che a distanza di due secoli ancora resiste. Ai nostri tempi, però tale ricetta viene chiamata spaghetti allo scarpariello, infatti, in sostanza cambia solo il nome, ma gli ingredienti sono sempre gli stessi.

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